Politica siciliana. La crisi del centro destra e la Democrazia Cristiana senza coraggio.


La crisi del centrodestra siciliano si sta configurando come uno dei passaggi più delicati della politica regionale degli ultimi anni. Un quadro già fragile, segnato da tensioni interne e rivalità personali, è stato ulteriormente aggravato da una serie di inchieste giudiziarie che hanno colpito esponenti di primo piano, alimentando sospetti, diffidenze e un clima di instabilità diffusa. In questo contesto, la tenuta della coalizione appare sempre più precaria, esposta non solo all’azione della magistratura, ma anche alle dinamiche opache di pressione e ricatto politico di partiti e singoli parlamentari.

Le inchieste giudiziarie in corso, al di là dei loro esiti, hanno avuto un impatto politico immediato: hanno indebolito la credibilità del governo regionale e rafforzato le spinte centrifughe all’interno della maggioranza. Ma c'è un impatto, non meno importante, quello mediatico, che sta incidendo sull’opinione pubblica e sul rapporto con gli elettori.

Alcuni partiti minori e gruppi parlamentari sembrano aver colto l’occasione per aumentare il proprio peso contrattuale, condizionando le scelte dell’esecutivo e ponendo veti su nomine e provvedimenti. Ne emerge un sistema in cui la sopravvivenza politica si gioca più sulla gestione degli equilibri interni che sulla capacità di governare e rispondere ai bisogni dei cittadini.

Parallelamente, la situazione della Democrazia Cristiana rappresenta un ulteriore elemento di criticità. Rimasta fuori dalla giunta per le note vicende che hanno travolto il suo fondatore ed ex Governatore Cuffaro, la DC vive una fase di marginalizzazione politica che mette in luce limiti strutturali e difficoltà di rinnovamento. Il partito, che pure ambisce a rappresentare una tradizione politica radicata e riconoscibile, sembra incapace di interpretare il presente e di proporre una linea politica nuova, autonoma e incisiva.

L' esclusione dal governo regionale avrebbe potuto e dovuto rappresentare un’occasione per innovare e rinnovare il partito e la sua identità, la sua struttura organizzativa, ridefinire la propria proposta e, proprio per i numerosi fallimenti della giunta Schifani, dare un contributo decisivo alla costruzione di un’alternativa credibile all' attuale proposta politica di centro destra che sembra avere esaurito la propria spinta propulsiva. Tuttavia, ciò non è avvenuto. Al contrario, la DC appare ripiegata su dinamiche interne, spesso dominate da logiche personalistiche e da una classe dirigente che fatica a lasciare spazio a nuove generazioni e competenze, a riprendere il rapporto con il territorio e a valorizzarne le potenzialità, le esperienze e le intelligenze che esso possiede. 

Questa incapacità di rinnovarsi si traduce anche in una scarsa incisività nel dibattito politico regionale. Le posizioni del partito risultano spesso poco chiare e condizionate dalla costante attività di riavvicinamento a Schifani, senza una strategia definita. Una condizione che rischia di comprometterne ulteriormente la credibilità agli occhi dell’elettorato.

È altrettanto chiaro che la spaccatura creatasi all' interno del partito sul nome da proporre per l' incarico di assessore, sta dilaniando ulteriormente il partito, all' interno del quale si è definito un quadro poco edificante. Da un lato i segretari provinciali rimasti fedeli alla struttura precommissariale e ancorati al cuffarismo e dall' altro il gruppo parlamentare incapace di proporre figure nuove per la carica assessoriale e che puntano sull’usato sicuro, ovvero Ignazio Abate, che non gode dei favori di Schifani e di Roma, con Taiani e Meloni su tutti, che ne avrebbero di fatto stoppato la nomina. Ma ad Abate, l' altro fronte avrebbe opposto Laura Abbadessa, sulla base di non meglio specificati requisiti se non quello di essere moglie di un Magistrato, ex Assessore e vicino a Lombardo.

Nelle ultime ore è circolata l' ipotesi Totò Cascio, altro nome legato alle solite logiche e al cuffarismo più marcato. Francamente da un partito come la DC, che per sopravvivere deve puntare alla discontinuità con il passato e ad un rinnovamento della propria classe dirigente, ci aspetteremmo qualcosa di più, qualcosa di meglio e il coraggio di osare. Troppo poco, quanto offerto dallo scudocrociato, che rischia di scomparire, inghiottito da se stesso e dalla propria bramosia di potere.

In definitiva, la crisi del centrodestra siciliano e le difficoltà della Democrazia Cristiana sono due facce della stessa medaglia: quella di un sistema politico che fatica a evolversi, a selezionare una classe dirigente all’altezza delle sfide e a costruire un rapporto trasparente e solido con i cittadini. Senza un cambio di passo deciso, che metta al centro responsabilità, competenza e visione, il rischio è quello di un progressivo logoramento della fiducia nelle istituzioni e nella politica stessa.

(Si.Ma.)

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