Partinico, ancora acque agitate in casa DC. Lo Baido e Centineo lasciano il partito.

I due consiglieri comunali abbandonano la DC e il partito scompare dalla geografia politica locale. Un fatto grave se si considera che Partinico è una delle città più importanti per numero di abitanti e per interessi politici, dell' area metropolitana di Palermo.

Le dimissioni di Lo Baido e  Centineo dallo scudo crociato, letta superficialmente, può sembrare l’ennesimo atto di dissenso espresso con toni misurati e formule già sentite. Ma basta allargare lo sguardo al contesto politico regionale per comprendere che si tratta, in realtà, di un gesto tutt’altro che ordinario.

Dietro parole come “assenza di visione” e “mancato coinvolgimento della base”, si intravede una critica molto più radicale, che investe la credibilità stessa del partito. Negli ultimi mesi, la Democrazia Cristiana in Sicilia è stata attraversata da una crisi profonda: inchieste giudiziarie, commissariamento regionale, difficoltà evidenti nel costruire una linea politica coerente, fino all’incapacità di esprimere una posizione condivisa su passaggi cruciali come il rientro nella giunta regionale e la designazione di un assessore.

In questo scenario, le dimissioni dei due consiglieri di Partinico assumono il valore di una presa di distanza netta da un sistema politico percepito come logorato e incapace di rigenerarsi.

Il nodo, infatti, non è soltanto organizzativo o strategico, ma culturale e politico. La critica implicita riguarda un modello di gestione del potere che continua a riproporsi: quello legato a dinamiche di fedeltà personale, a logiche di appartenenza più che di merito, a quello che molti, senza troppi giri di parole, definiscono ancora “cuffarismo”. Un’impostazione che ha prodotto nel tempo reti di consenso, ma che oggi appare sempre più inadeguata di fronte a una domanda crescente di trasparenza, competenza e rinnovamento.

È proprio su questo punto che il gesto di Lo Baido e Centineo acquista un significato politico più ampio. Non è solo un addio, ma una denuncia implicita dell’incapacità del partito di aprirsi a una nuova classe dirigente: giovane, autonoma, radicata nei territori e libera da logiche clientelari. Una classe dirigente che, a loro giudizio, non trova spazio in un sistema ancora chiuso, autoreferenziale e distante dai territori.

Colpisce, allora, il contrasto tra la forma e la sostanza. La forma è quella di una lettera elegante, rispettosa, priva di attacchi diretti. La sostanza, invece, è quella di una rottura politica significativa, che chiama in causa non solo la linea regionale del partito, ma il suo stesso modo di esistere.

In questo senso, il silenzio sui dettagli non è necessariamente debolezza: può essere una scelta. Un modo per evitare lo scontro personale, lasciando però emergere un giudizio politico severo, affidato più al contesto che alle parole.

Resta ora da capire se questo gesto, che si somma ad altre iniziative analoghe in altri comuni, riesca a dare un nuovo impulso per l’inizio di un percorso alternativo o se sarà "gestito", dai dirigenti provinciali e regionali, con la solita indifferenza e con la consueta incapacità di intervenire.

Una cosa è certa: quando le dimissioni nascono da una crisi così profonda, non sono mai un semplice passo indietro. Sono, piuttosto, un atto di accusa. Anche quando non viene esplicitato fino in fondo.

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