C'era una volta il calcio italiano. Storia di un fallimento ormai cronico.
E poi ci sono le questioni tecniche. Dopo le esclusioni del 2018 e del 2022, questa doveva essere la volta della rinascita. E invece no. Ancora una volta, qualcosa si è rotto lungo il percorso: errori, scelte discutibili, mancanza di identità. E soprattutto, quella sensazione di fragilità che non appartiene alla nostra storia. Perché l’Italia non è questo. L’Italia è notti magiche, è resilienza, è quella capacità unica di soffrire e vincere. È il movimento che nei 24 anni, passati tra Spagna ‘82 e Berlino 2006, è arrivato terzo nel ‘90 dopo una cavalcata straordinaria fermata da un arbitraggio scandaloso che ci ha negato la finale; lo stesso movimento che ha perso ai rigori contro il Brasile più forte di sempre a Usa ‘94 e che comunque si è sempre qualificato per i mondiali.
Ora invece, dopo il 2006, siamo entrati in un tunnel che non sappiamo quanto è lungo.
E allora la domanda è inevitabile: cosa sta succedendo davvero al nostro calcio? Non basta cambiare allenatore o convocare nuovi volti. Serve una rifondazione vera, profonda. Dai settori giovanili alla mentalità, passando per il coraggio di innovare senza perdere la nostra identità.
Possiamo continuare a fidarci di un sistema che manda in giro osservatori a ottocento euro al mese per portare in Italia stranieri e impedire ai talenti italiani di sbocciare?
Tre esclusioni consecutive non sono un caso. Sono un segnale fortissimo. Abbiamo creato un sistema dove l' attività di base è nelle mani di tecnici privi di un' adeguata competenza e preparazione.
Infine i rapporti Federazione-Lega. Può mai funzionare un sistema dove gli elementi principali si fanno concorrenza? La lega fa gli interessi dei Club Associati che non sono compatibili con gli interessi della FIGC proprietaria della nazionale di calcio. Anzi per i club rappresenta una seccatura "prestare" giocatori alla nazionale.
In considerazione di tutto ciò non resta che una scelta: continuare a cercare alibi… o avere finalmente il coraggio di cambiare tutto. Il Mondiale senza Italia non è la stessa cosa. Ma forse è proprio questo il punto: tornare a meritarcelo. (B.C.)
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