La scomparsa di Cirino Pomicino. Riflessioni su una stagione che non c'è più. O che non è mai finita.
La figura di Paolo Cirino Pomicino è stata, nel bene e nel male, una delle più emblematiche della Prima Repubblica italiana.
“La politica - affermava in un' intervista a Minoli, all' apice della sua carriera politica - è fatta di storia, idee e rappresentanza sociale".
La sua scomparsa segna simbolicamente la chiusura di un’epoca che, pur essendo lontana nel tempo, continua a proiettare la sua ombra sulla politica di oggi.
Pomicino incarnava un modo di fare politica profondamente radicato nei meccanismi del potere: mediazione continua, gestione delle correnti, costruzione di consenso attraverso reti personali e territoriali. Non era un leader carismatico nel senso moderno, ma un “ingegnere del sistema”, capace di muoversi con abilità dentro le complesse architetture della Democrazia Cristiana. In questo senso, la sua potenza non derivava tanto dalla visibilità pubblica quanto dalla capacità di incidere concretamente sulle decisioni.
La sua carriera è stata anche inevitabilmente legata alle ombre di quel periodo, segnato da scandali, inchieste e da una concezione del potere spesso opaca. Per molti, Pomicino rappresenta proprio quell’ambiguità: da un lato la competenza e l’efficacia amministrativa, dall’altro un sistema politico che ha finito per perdere credibilità agli occhi dei cittadini.
Eppure, giudicarlo solo attraverso le categorie morali di oggi rischia di essere riduttivo. La sua parabola racconta qualcosa di più ampio: una stagione in cui la politica era organizzazione, struttura, appartenenza, ma anche compromesso e gestione del potere come fine oltre che come mezzo. Una stagione che si è dissolta con la crisi degli anni ’90, ma di cui non abbiamo mai completamente elaborato l’eredità ne siamo stati capaci, come sistema paese, di chiuderla davvero, probabilmente perché non tutto era da buttare ma qualcosa da salvare la si potrebbe trovare oltreché rilanciare. Ad esempio la formazione della classe dirigente che passava dalla valorizzazione dei territori e dalle competenze, dalle esperienze e dalle potenzialità che quei territori erano capaci di esprimere in termini di capitale umano.
Valorizzazione e rilancio dei territori che oggi potrebbe tornare utile per ridare credibilità alla politica e favorire un ritorno alla partecipazione da parte dei cittadini.
La sua morte, quindi, non è solo la scomparsa di un uomo, ma l’occasione per riflettere su cosa sia diventata la politica italiana dopo quella stagione. Se oggi lamentiamo superficialità, personalizzazione e fragilità dei partiti, forse è anche perché figure come Pomicino rappresentavano un modello opposto: meno trasparente, certo, ma più strutturato e consapevole dei meccanismi del potere.
In definitiva, ricordarlo significa confrontarsi con una domanda scomoda: abbiamo davvero superato quel sistema, o ne abbiamo semplicemente perso la forma senza risolverne le contraddizioni? B.C.
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