Il caso Riina Junior, tra errore comunicativo e sottovalutazione del pericolo.
Da parecchi giorni ormai e sopratutto dopo la manifestazione a Corleone organizzata dal deputato regionale Ismaele La Vardera, l'opinione pubblica è alle prese con un dibattito, alimentato principalmente dai social, su quanto avvenuto durante una delle ultime puntate di “Lo Sperone Podcast”, il programma audio condotto da Gioacchino Gargano, che ha ospitato il terzogenito di Totò Riina, Salvuccio, che durante l'intervista si è reso autore di una serie di affermazioni quantomeno irritanti e fuorvianti rispetto alla descrizione della mafia, al padre boss e ad alcuni fatti e circostanze; un atteggiamento che in tanti hanno definito sconcertante, se non altro per la palese intenzione di minimizzare il fenomeno mafioso e le vicende che hanno coinvolto la sua famiglia e per il maldestro tentativo di reinterpretazione dei fatti stessi. Addosso al rampollo d'onore e al programma che lo ha ospitato, è così caduta una pioggia di critiche e di indignazione.
Vale la pena a questo punto condividere qualche riflessione su quanto accaduto.
Il problema non sono tanto le affermazioni del figlio del boss corleonese ( che cosa ci si aspettava che dicesse? ), ma l'evidente errore comunicativo che pone ancora una volta l'accento sull'importanza e sul ruolo della comunicazione oggi.
Quanto detto dal figlio di Riina cozza con la realtà ( almeno con la realtà giudiziaria ), poichè è stato smentito da tutti i processi e da tutte le sentenze di mafia e quindi non necessiterebbe nemmeno di essere commentato e tra l'altro conferma il profilo criminale del soggetto, reduce da una condanna a 8 anni per associazione mafiosa.
Di contro c'è da ammettere che gli errori e le responsabilità del programma e del conduttore sono evidenti e non possono essere sottaciute.
Oggi viviamo in un contesto sociale e culturale in cui la comunicazione è una delle risorse più potenti e determinanti per la vita quotidiana. Mai come oggi abbiamo avuto accesso a così tanti strumenti per esprimerci: social network, messaggistica istantanea, videoconferenze, podcast appunto e molto altro. Tuttavia, proprio questa abbondanza di mezzi spesso non corrisponde a una reale qualità della comunicazione. Questa vicenda ci deve far comprendere meglio quanto delicato sia il tema e come non possa bastare il sapersi mettere un microfono in mano e una cuffia alle orecchie o saper stare davanti a una camera o davanti il vetro di una consolle, così come non è sufficiente avere una bella dizione, parlare un italiano fluente o essere capaci di un ottimo eloquio, per definirsi comunicatori o esperti di comunicazione e in tanti oggi pensano di esserlo ma non lo sono e forse sarebbe meglio definirli improvvisatori della comunicazione.
Comunicare, infatti, non significa solo trasmettere informazioni o saper parlare di più, la vera sfida è comunicare meglio: con empatia, chiarezza, responsabilità e consapevolezza.
Purtroppo ciò che è mancata è stata proprio la consapevolezza dell'impatto che l'intervista avrebbe avuto sull' opinione pubblica e dell' eco mediatico che ne sarebbe scaturito. Tale consapevolezza avrebbe imposto la presenza di esperti per poter ribattere colpo su colpo le stravaganti affermazioni di Riina.
In considerazione di tutto ciò appare necessario affermare che la comunicazione deve recuperare il valore autentico, ultimamente scemato ed essere strumento di dialogo, rispetto e crescita comune.
(BC)
Commenti
Posta un commento