Il prezzo del consenso e il fallimento della politica.


Mentre imprese, famiglie, agricoltori e pescatori combattono ogni giorno contro una crisi sempre più pesante, la Regione Siciliana trova risorse per una pioggia di contributi territoriali. Una scelta che solleva interrogativi profondi sulle priorità della politica e sul futuro dell’Isola.

Ci sono momenti in cui le scelte della politica raccontano, meglio di qualsiasi dichiarazione ufficiale, la distanza che separa le istituzioni dalla vita reale dei cittadini. Quanto accaduto all’Assemblea regionale siciliana con l’approvazione della manovra di variazione del bilancio è uno di questi momenti.

Al centro della polemica ci sono risorse per circa 175 milioni di euro destinate, secondo le contestazioni sollevate sul provvedimento, a una molteplicità di interventi di spesa e contributi territoriali. Una cifra enorme, soprattutto se rapportata alle difficoltà quotidiane che attraversano il tessuto economico e sociale della Sicilia.

È legittimo, dunque, porsi una domanda: in una regione che fatica a garantire prospettive di sviluppo, la priorità deve essere distribuire contributi frammentati oppure costruire le condizioni per una crescita economica duratura?

La Sicilia reale è quella delle imprese che lottano per restare aperte, degli artigiani schiacciati dai costi di gestione, dei commercianti che vedono diminuire il potere d’acquisto dei propri clienti. È quella delle famiglie che devono fare i conti con il caro vita, delle bollette che pesano sui bilanci domestici e degli stipendi che spesso non bastano più ad arrivare alla fine del mese.

È la Sicilia degli agricoltori che affrontano costi di produzione sempre più difficili da sostenere, dei pescatori messi in ginocchio dal prezzo del gasolio e delle aziende che rischiano di perdere competitività perché produrre, trasportare e vendere è diventato sempre più oneroso.

A questa Sicilia servono risposte strutturali, non interventi occasionali. Servono politiche capaci di incidere sulle cause della crisi, non soltanto di tamponarne gli effetti.

Eppure, ancora una volta, il dibattito politico si concentra sulla distribuzione delle risorse, sulla moltiplicazione degli interventi e sulla destinazione di finanziamenti a singoli territori, enti e iniziative. Misure che possono anche rispondere a esigenze locali legittime, ma che devono essere valutate per la loro utilità concreta, per i criteri con cui vengono assegnate e, soprattutto, per i risultati che sono in grado di produrre.

È proprio qui che nasce il problema delle cosiddette mancette: non semplicemente nella dimensione economica degli stanziamenti, ma nel rischio che il denaro pubblico venga frammentato in una miriade di interventi senza una strategia complessiva, senza una visione di lungo periodo e senza un impatto proporzionato alle necessità dell’Isola.

Quando le risorse diventano terreno di contrattazione politica, il confine tra interesse pubblico e convenienza elettorale rischia di farsi pericolosamente sottile. E quando una legislatura si avvicina alla sua conclusione, ogni scelta di spesa dovrebbe essere accompagnata da una trasparenza ancora maggiore, proprio per fugare il sospetto che la distribuzione dei fondi possa trasformarsi in uno strumento di costruzione del consenso.

Non è necessario attribuire intenzioni personali a questo o quel deputato per riconoscere la gravità della questione. È sufficiente chiedere conto delle priorità, dei criteri di assegnazione e dei benefici effettivi per la collettività.

Il denaro pubblico non è una disponibilità privata della politica. È una responsabilità nei confronti dei cittadini.

E allora perché non concentrare maggiori risorse sul sostegno agli investimenti produttivi? Perché non rafforzare gli strumenti che aiutano le imprese a innovare, assumere personale e creare occupazione stabile? Perché non mettere al centro una strategia straordinaria per l’agricoltura e la pesca, settori fondamentali per l’economia e l’identità siciliana?

Perché non accelerare gli investimenti capaci di rendere il turismo un motore di sviluppo durante tutto l’anno, valorizzando i territori, migliorando i collegamenti, potenziando i servizi e sostenendo le attività che generano lavoro?

E ancora: perché non destinare ogni risorsa disponibile a rafforzare una sanità pubblica che deve ridurre le liste d’attesa, migliorare l’assistenza e garantire ai siciliani il diritto di curarsi senza essere costretti a lasciare la propria terra? Perché non investire nella scuola, nell’edilizia scolastica, nella formazione e nelle competenze dei giovani, affinché il futuro non continui a coincidere con una valigia pronta per partire?

Sono queste le domande che meritano una risposta. Perché il problema della Sicilia non è soltanto la scarsità delle risorse, ma anche il modo in cui vengono impiegate e la capacità di trasformarle in sviluppo, servizi e opportunità.

La Regione può rivendicare i numeri di una manovra e presentare un lungo elenco di finanziamenti. Ma la quantità degli stanziamenti non coincide automaticamente con la qualità delle politiche pubbliche. Un bilancio non si giudica soltanto da quanto spende, bensì da ciò che riesce a cambiare nella vita delle persone.

Se un’impresa chiude, se un giovane emigra, se una famiglia rinuncia a una spesa essenziale, se un agricoltore abbandona la propria attività o se un paziente è costretto a cercare cure altrove, la politica deve interrogarsi sui risultati delle proprie decisioni.

Non basta distribuire risorse: occorre dimostrare che quelle risorse producano valore pubblico.

Ecco perché una manovra di questa portata avrebbe dovuto essere accompagnata da un confronto rigoroso sulle priorità strategiche della Sicilia, sulla capacità degli interventi di generare occupazione e sulla loro efficacia nel contrastare le emergenze economiche e sociali.

Il rischio, altrimenti, è quello di alimentare una politica del consenso immediato, nella quale ogni territorio cerca di ottenere la propria quota di finanziamenti, mentre nessuno si assume fino in fondo la responsabilità di affrontare i problemi strutturali dell’intera regione.

Una politica che guarda alla prossima scadenza elettorale più che al prossimo decennio finisce inevitabilmente per sacrificare la programmazione sull’altare dell’immediato. Ma una regione che vive di emergenze non può permettersi di rinunciare alla progettazione del proprio futuro.

La Sicilia ha bisogno di una svolta nelle priorità: meno frammentazione della spesa, più investimenti produttivi; meno interventi privi di una strategia verificabile, più progetti capaci di generare sviluppo; meno annunci, più risultati misurabili.

Il fallimento della politica, quando si manifesta, non consiste soltanto nell’incapacità di risolvere i problemi. Si manifesta anche nella scelta di non collocare quei problemi al primo posto dell’agenda pubblica.

E oggi, davanti alle difficoltà di migliaia di famiglie e attività economiche, la questione fondamentale è proprio questa: quale idea di Sicilia emerge dalle decisioni assunte a Palazzo dei Normanni?

Una Sicilia che investe sul lavoro, sulla produzione, sulla sanità, sulla scuola e sulle infrastrutture, oppure una Sicilia in cui la distribuzione delle risorse rischia di prevalere sulla costruzione di una strategia comune?

La risposta non può essere affidata agli slogan. Deve arrivare dalla trasparenza delle decisioni, dalla qualità degli investimenti e dai risultati concreti.

Perché ogni euro del bilancio regionale appartiene, direttamente o indirettamente, ai cittadini siciliani. E ogni euro speso senza una priorità chiara è una domanda alla quale la politica deve rispondere.

La Sicilia non ha bisogno di una pioggia di mancette. Ha bisogno di un progetto di futuro.

E chi governa, così come chi siede all’Assemblea regionale, dovrebbe ricordare che il consenso più importante non si conquista distribuendo contributi a ridosso delle elezioni, ma restituendo ai siciliani fiducia, lavoro, servizi efficienti e la concreta possibilità di costruire il proprio futuro nella terra in cui sono nati.

(B.C.)



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